Basquiat il genio interrotto

Basquiat il genio interrotto

Strappa pagine dai fumetti, accanto sistema i menù dei ristoranti, stralci di libri, ritagli di giornali. 

 Disegna a matita e con le bombolette spray, scrive parole che poi cancella, sparge tutto sul pavimento del suo studio e osserva, sin quando i suoi occhi non hanno una visione. Quelle parti di un insieme si ricompongono e nascono i dipinti, frammenti che ritornano in più quadri.

Jean-Michel Basquiat con le sue tele racconta storie di oppressione, di identità, di questione razziale. Affronta tutto ciò che vive e vede nella vita reale. “Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita”, diceva sempre. 

Quella vita nella New York degli anni Settanta e Ottanta, tra la perdizione dei marciapiedi e le infinite possibilità di un sogno brillante che può prendere forma.

A quattro anni disegnava i personaggi dei cartoni animati, la mamma lo portava in giro per gallerie d’arte, il Moma, Il Metropolitan, il Brooklyn Museum che saranno la sua unica scuola d’arte. 

Frequenta la prestigiosa City-as-school, per ragazzi particolarmente dotati, ma la abbandona, non è seduto ad un banco che vuole imparare. Pesca a piene mani dalla storia dell’arte, Picasso, Leonardo, Cy Twombly e rimescola le carte inventando uno stile tutto suo che richiama il concetto di Art Brut di Dubuffet. Unisce così la grandezza del passato alla libertà dei tempi moderni.

Nessuna sovrastruttura, solo uno spontaneo e senza filtri tuffo nell’arte. 

Elegge gli ultimi e gli emarginati a soggetto unico di tutte le sue opere. Inservienti pagati pochi centesimi l’ora, carcerati senza dignità d’uomo, cuochi di bettole da due soldi.

Vive per strada, per sopravvivere disegna i suoi schizzi su cartoline che vende a chi sa guardare oltre. Tra loro c’è Andy Wharol, il suo idolo, che incontra quando aveva solo 17 anni in un ristorante di Soho.

La vita è bella ed esaltante, ma anche sporca e maleodorante e lui la dipinge, con i suoi graffi. Quando non ha i soldi per comprare le tele le ricava da tavole di scarto trovate per strada. 

Con il suo compagno di studi  Al Diaz, danno vita a Samo (same old shit) tappezzando i muri di Lower Manhattan con le loro poesie di strada. La prima via per il successo e la fama.

Nel frattempo dipinge, ma le parole sono sempre lì che gli frullano in testa “La parola ispira le mie immagini, ma poi ne cancello le lettere”, che oscura per accrescere il desiderio di leggerle. 

Nel 1980 partecipa alla sua prima collettiva, la Times Square Show (organizzata dalla Collaborative Projects, Inc.) insieme a Keith Haring, che sarà suo amico per tutta la vita, Jenny Holzer, Nan Goldin, Kenny Scharf, Kiki Smith. Cento artisti ancora alle prime armi che stavano portando l’arte fuori dalle gallerie, eleggendo la strada a loro personale museo a cielo aperto.

Nel 1981 realizza la sua prima personale a Modena, chiamato da Emilio Mazzoli, gallerista che sentiva l’arte a fior di pelle. Comprende per primo il valore di quei colori, dei tratti infiniti, della scomposizione di forme e soggetti, un apparente caos che si dipana ai suoi occhi e ne rivela il genio.

I critici italiani non lo capiscono, troppo proiettato in un futuro che non li appartiene, pasci e sazi di un passato che deve continuare a ripetersi all’infinito. L’anno dopo espone a New York nella galleria di Annina Nosei, è un successo. Tutti lo acclamano, tutti lo vogliono. Le quotazioni dei suoi quadri schizzano alle stelle. Ogni tela supera i diecimila dollari di quotazione e Jean-Michel ne viene travolto. Troppi soldi, troppa fama, tutto troppo velocemente. Tutti lo amano, tutti lo vogliono. Le donne lo adorano. Una tra tante, Madonna, con cui avrà una breve storia d’amore.

Nelle interviste era guardingo, pronunciava poche parole ben dosate e guardava dritto negli occhi il suo interlocutore. Era bellissimo e aveva una eleganza innata retaggio dei genitori, portoricana la madre, haitiano il padre. Aveva appena 22 anni ed era l’enfant prodige della scena artistica newyorchese.Viveva al centro del mondo e lui era seduto sulla vetta più alta. Le droghe prendono il sopravvento, lsd, l’eroina. Lui stesso stilò la classifica delle sue priorità: arte, donne, droga.

Era su una montagna russa, trascorreva giornate intere di inerzia, nell’ozio completo e altre in cui si svegliava di notte e dipingeva come in trance, senza smettere, senza sentire nulla al di fuori della sua ispirazione. 

Nei suoi quadri dipinge teschi, ossa, viscere, uno strano ricordo d’infanzia. A otto anni fu investito, gli asportarono la milza e la madre per distrarlo dalle tante ore passate a letto gli regalò un trattato di anatomia, il Gray’s anatomy.

Iniziano le collaborazioni, dipinge a sei mani con Andy Warhol e Francesco Clemente una serie di quadri commissionati da Bruno Bischofberger. I tre anni di collaborazione con Warhol sono prolifici, ma si interrompono bruscamente, con il “Pasta Queen” esasperato dall’effetto delle droghe su Jean-Michel e quest’ultimo infastidito dai critici che lo descrivevano come una mascotte dell’altro.

Quando Warhol muore, Basquiat è invitato a non partecipare alle esequie. E’ l’inizio della fine. Si stordisce nelle droghe, sempre di più, senza limiti. Muore due anni dopo, per una overdose di eroina, da solo nel suo letto. Aveva appena 28 anni.