Perel’man, il genio dei geni

Perel’man, il genio dei geni

A metà degli anni ‘60 nella Russia stalinista a una giovane donna ebrea promessa della matematica le venne offerto un lavoro all’università. 

 Il suo talento valeva bene il mancato rispetto di due regole non scritte, niente ebrei negli atenei e men che meno donne. Lei rifiutò, stava pensando di metter su famiglia. Ma la sua decisione non la allontanò dalla matematica. Mise al mondo e crebbe la più grande mente matematica del secolo, Grigorij  Perel’man.

A dieci anni entrò nei famigerati club russi di matematica, dove una élite di geni veniva protetta dal mondo esterno mentre era impegnata ad accrescere il più possibile le sue capacità intellettive. 

Griša dimostrò da subito di essere il più bravo di tutti e al contempo di vivere in un mondo tutto suo dove solo la matematica pura aveva un senso. Non c’era spazio per null’altro nella sua vita, amici, ragazze, sport, interessi culturali. Tutto era una distrazione per quel piccolo genio che considerava il resto del mondo una distrazione dal suo risolvere problemi. Inutile dire che in tutta la sua vita, non ne ha sbagliato neanche uno. E che arrivato all’università il suo professore disse “non ho nulla da insegnargli, sa già tutto, posso solo assegnargli problemi fino a quel momento irrisolvibili per tenerlo in allenamento”.

Facciamo un salto indietro di qualche anno. A 14 anni Griša partecipa alle sue prime Olimpiadi di matematica. Arriverà secondo, non perché abbia sbagliato qualcosa, inconcepibile per la sua mente perfezionista l’errore, ma perché quel suo mondo interiore mal si adattava alle regole imposte dall’esterno e banalmente piuttosto che sbrigarsi a dimostrare ognuno dei sette problemi a lui posti, si soffermava con i professori a spiegare tutte le possibili soluzioni che aveva trovato. Illustrarne una sola sarebbe stato incompleto per lui e quindi inammissibile. Non vinse la medaglia d’oro quindi solo per una mera questione di tempo. Ma si rifece due anni dopo, vincendo l’oro alle Olimpiadi Internazionali di Matematica di Budapest.

Ed era talmente lucido e fermo e incontestabilmente bravo che i suoi compagni di corso ribattezzarono la sua mente “il bastone di Perel’man” un’arma immaginaria con la quale sferrava i suoi colpi letali alla matematica.

 Si avvicinò alla topologia a 13 anni, chiunque altro non l’avrebbe fatto prima dell’ingresso all’università. Ma trovava quella materia perfetta per la sua mente che procedeva per sistemi e definizioni. Non era semplicemente geometrista né algebrista, come tutti gli altri, lui era entrambe le cose.

Limitare l’impiego del suo intelletto al solo studio della matematica era una sua precisa volontà non un limite intrinseco. Infatti quando il suo mentore e professore gli propose di condensare quattro anni di studio dell’inglese in una sola estate per consentirgli l’accesso al liceo 239, lui accettò e naturalmente portò a termine il suo compito. 

 Grigorij  Perel’man nella sua vita non ha mai fallito. La sua incapacità di commettere errori era nota a tutti i suoi compagni e questa consapevolezza lo fece diventare sicuro fino ad una apparente arroganza. Quando uno dei suoi insegnanti al liceo, sprezzante gli disse “tutti conoscono i derivati tranne te” lui rispose “e allora? risolverò il problema senza usarli”. Cosa che fece e, non che sia importante ma lui i derivati li conosceva, semplicemente non voleva farsi portare su una strada che non fosse sua.

“Grisa era una sorta di progetto matematico vivente. Educato da Ruksin, coccolato da Ryzik, formato da Abramov, diretto da Zalgaller, protetto da Aleksandrov, seguito da Burago  e promosso da Gromov” ha scritto Masha Gessen nella biografia che gli ha dedicato. Il frutto e il lavoro del giardino privato di una élite di geni assoluti.

Gli ostacoli furono rimossi dal suo cammino senza che lui se ne accorgesse. A battersi per lui, da quando era solo un bambino, erano i membri dell’Accademia delle Scienze. Era pur sempre un ebreo nella antisemita Urss.

Studiò alla prestigiosa università Mathmech di Leningrado e poi fu assunto come ricercatore all’istituto Steklov. Scelse la geometria come specializzazione “perché era un campo in cui erano rimasti solo pochi dinosauri”. Perfettamente in linea con tutta la sua vita nella quale ha sempre voluto isolarsi da ogni contesto sociale per dedicarsi alla matematica pura. 

Volò in America dove risolse la Congettura dell’anima “di una difficoltà estrema” per tutti gli altri, sin quando Perel’man non decise di cimentarsi, dimostrandola con uno scritto di sole quattro pagine.

Amava camminare sin da bambino, quando veniva portato in gita dal club di matematica. Camminare aiuta il pensiero, l’ossigenazione del cervello e lui camminava. Attraversava tutta Brooklyn a piedi, ogni giorno, per andare a comprare un particolare tipo di pane e del latte fermentato.

Era una star indiscussa e nonostante le continue attenzioni e lusinghe, rimase schivo e riservato. Quando Peter Sarnak, John Mather e Simon Kochen dell’Università di Princeton gli offrirono un posto da assistente lui disse che avrebbe accettato solo un posto di ruolo, per essere libero di dedicarsi alla sua amata matematica in assoluta libertà. I tre professori gli chiesero il suo curriculum. Fu considerata una offesa insormontabile, c’era forse bisogno di mettere nero su bianco i risultati del suo ingegno?

Rifiutò tutte le offerte e si rimise a studiare.  “L’interesse per un problema dipende da quante possibilità si hanno di risolverlo” così scelse uno con probabilità prossime allo zero.

Dopotutto Griša non ha mai trovato un problema che non fosse in grado di risolvere. Così il 12 novembre 2002 con assoluta nonchalance pubblicò il primo di tre articoli su arXiv (una piattaforma online gratuita dove i ricercatori e gli studiosi di tutto il mondo possono parlarsi) con i quali dimostrò la Congettura di Poincaré, uno dei sette quesiti del millennio. Un problema rimasto irrisolto per cento anni. Perel’man non si preoccupò di pubblicarlo su una rivista scientifica, come avrebbe fatto qualsiasi altro suo collega, perché le riviste le leggono solo gli abbonati, quindi non sono a disposizione di tutti. E lui lo ricordava bene da quando ancora ragazzino in Russia e non aveva a disposizione tutto il sapere con cui voleva saziarsi. Lo fece nonostante questo fosse un presupposto necessario per l’assegnazione del premio da un milione di dollari dell’istituto Clay. Griša non scendeva a patti, mai avrebbe sporcato la purezza della matematica. 

Così come anni prima aveva rinunciato al premio della Società matematica europea perché considerava il suo lavoro, alla base di quel premio, non concluso. 

Ci volle un anno e mezzo perché qualcuno riuscisse a comprendere la sua spiegazione e altri due anni per l’effettiva assegnazione del premio. Nel mezzo svariati tentativi di altri matematici di derubarlo della sua scoperta. Non volle pubblicare nulla, né scrivere libri per spiegare la sua dimostrazione. Non monetizzò in alcun modo il suo lavoro e a chi gli chiedeva il perché lui rispondeva cristallino “ho già scritto tutto ciò che c’era da scrivere”.

L’incredibile traguardo raggiunto lo riportò alla ribalta mondiale, tutti lo volevano, tutti parlavano di lui, ogni istituzione pubblica ed ente privato voleva assegnargli un premio. Lui declinò nella maniera in cui declinò ogni cosa a lui non gradita, con il silenzio. Anche quando il presidente del comitato del congresso internazionale dei matematici John Ball volò a San Pietroburgo per comunicargli l’assegnazione della medaglia Fields, l’equivalente del Nobel per la Matematica, lui rifiutò. Non diede spiegazioni, ma a spiegare il suo gesto fu l’amico e collega Gromov. Perel’man avrebbe dovuto parlare e spiegare il suo lavoro ad una commissione. Impensabile. “Non si parla con una commissione, si parla con le persone e nel momento in cui una comunità incomincia a comportarsi come una macchina bisogna troncare i rapporti” spiegò Gromov.

 Anche il direttore del Clay Institute, Jim Carlson volò sino a san Pietroburgo per informarlo dell’assegnazione del premio da un milione di dollari. Ma anche in quel caso rifiutò e l’assegno fu devoluto all’istituto Henri-Poincaré al fine di finanziare una borsa di ricerca per giovani matematici. Troppo clamore, poi c’era la questione della monetizzazione del suo talento e non da meno, la solita questione dello spiegare il suo lavoro ad una commissione. Anche in quel caso fu Gromov a parlare per lui “Perel’man aveva già spiegato l’inspiegabile, non aveva più da spiegare nulla a nessuno”.

Nel dicembre 2005 Griša scrisse una lettera all’istituto Steklov “Io non ho niente contro le persone che lavorano qui, ma tra loro non ho nemmeno un amico. E poi sono rimasto deluso dalla matematica e voglio provare a fare qualcosa di diverso. Me ne vado”.

Oggi vive in una casa popolare con la sua amata mamma. Chi lo conosce dice che “ha dei piani in mente”.