Agatha spirito indomito

Agatha spirito indomito

Agatha Mary Clarissa Miller nasce in una ricca e bella famiglia inglese. La sua stanza dei giochi era tappezzata di iris color malva. 

I suoi amici immaginari, tanti piccoli gatti erano i più fedeli compagni, per lei che amava il silenzio e odiava sopra tutto il rumore e le grandi folle. Romantica e indomita, contravvenne al divieto di imparare a leggere  prima degli 8 anni, impostole dalla madre che lo riteneva “vantaggioso per gli occhi e per il corretto sviluppo del cervello”.

Agatha era troppo curiosa e a 5 anni imparò da sola a leggere con grande rammarico della sua tata e di sua madre, naturalmente.

Diventa Agatha Christie nel 1914 quando sposa il suo “uomo venuto dal mare” che trasforma in realtà il suo sogno infantile di essere salvata da un uomo bello e gentile. 

E l’impeto del suo amore per Archie è tutto in quel “Eravamo come delle piante rigogliose, spesso forse delle erbacce, prorompenti di vitalità e pronte ad insinuarsi attraverso le fessure del terreno e gli interstizi tra una pietra e l’altra pur di conquistarci uno spazio vitale, affermando il proprio piacere di esistere”.

Ma ben presto quello stesso uomo portò amore e dolore in egual misura nella sua vita. Il suo amato Archie si trasformò poi “nell’uomo con la pistola”, incubo di tutta la sua infanzia quando le chiese il divorzio per sposare la sua amante. Impensabile per una fervente credente come la Christie concepire la dissoluzione del matrimonio. I due litigarono, lui andò via, dall’altra donna, e Agatha prese la sua auto e sparì. Come in uno dei  suoi libri riuscì a metter su il più intricato rompicapo nella storia dell’Inghilterra. Che fine aveva fatto? Era morta? A cosa portavano gli indizi lasciati? L’intera nazione, compresa Scotland Yard, la cercò per undici giorni. Mentre lei, tranquilla e beata era nel più lussuoso hotel di una rinomata località balneare all’Harrogate Hydropathic Hotel. 

Voleva fare un bel dispetto al marito fedifrago, causargli un po’ di preoccupazione, ridargli una parte del dolore che lui aveva causato a lei, ma non mise nel conto l’infinita fama di cui godeva e l’eco mediatica che la sua sparizione portò. 

Una vicenda che diventò per lei un trauma che l’accompagnò per il resto della sua vita.

“Non è possibile segnare il proprio fato: il destino viene da sé. Ma si può fare ciò che si vuole con i personaggi che si inventano” disse in una intervista anni dopo. 

Cercò invano per anni di dimenticare il dolore di un matrimonio finito e di un momento di vita privata che divenne di dominio di tutti.

Lasciò al suo amato-odiato Poirot il compito di darle un po’ di sollievo. “I treni non hanno mai riposo, vero signor Poirot? Si muore, si soffre, e loro vanno e vanno sempre” e Poirot rispose “si fidi di questo treno che è la vita, perché è le bon Dieu che lo guida”.

Agatha era sostanzialmente due donne, una con un’anima romantica sino all’eccesso, l’altra regina dei gialli con una ineguagliata abilità per trame, intrighi e omicidi.

Affidò così allo pseudonimo di Mary Wesmacott, suo alter ego, i romanzi, le commedie e i suoi scritti più introspettivi. Quelli in cui riversava gran parte della sua affascinante e turbolenta vita. 

“Se vuoi sapere come sono leggi Ritratto incompiuto” disse una volta alla sua amata Judith, figlia della sua insostituibile e fidata amica d’infanzia Nan. 

Se nell’amore ha subito tradimenti e inganni, la scrittura e i  libri non l’hanno mai tradita, sono sempre stati fonte di ammirazione, successo, fama e notorietà. Nel 1952 mise in scena per la prima volta a teatro Trappola per topi. E rappresentazione dopo rappresentazione continua ancora oggi ininterrottamente da allora, ad andare in scena.

La scrittura è sempre stata una necessità, un modo per fissare momenti i belli e per esorcizzare quelli brutti.

Nel mentre di ogni vicissitudine, Agatha ha sempre scritto. Un libro l’anno, alle volte anche di più, per tutta la sua intera vita. Tutti grandissimi successi che hanno superato oggi i due miliardi di copie vendute. Nulla in lei era intentato, neanche quando usciva dal seminato di Poirot e Miss Marple come nel suo Il deserto nel cuore scritto di getto in tre giorni senza aver cambiato dopo “nemmeno una parola”. Un fiume in piena che si è arrestato dopo tre giorni con la parola fine e l’ha portata a dormire per 24 ore consecutive per riprendersi dalla fatica.

Lei che si definiva “una buona e onesta artigiana” sorriderebbe ora se sapesse che del suo Dieci piccoli indiani ne sono state vendute nel mondo 110 milioni di copie. Ma fece in tempo a ricevere una lettera da un sopravvissuto al campo di concentramento di Buchenwald in cui le raccontava che con i suoi compagni metteva in scena proprio quel libro per esorcizzare la paura e alleggerire gli animi.

Fu impegnata ad aiutare il suo paese come poteva durante i due conflitti mondiali, portava medicine agli ospedali, nelle poche ore libere continuava a scrivere. E fu proprio durante la seconda guerra mondiale che scrisse Sipario. L’ultimo caso di Poirot e Addio Miss Marple, li mise in un cassetto e lasciò scritto che sarebbero stati pubblicati dopo la sua morte e i proventi sarebbero andati al secondo marito Max e alla figlia Rosalind. Sempre lucida e con un chiaro disegno davanti a sé.

Sipario in realtà fu pubblicato qualche mese prima della sua morte e destò talmente tanto scalpore in tutto il mondo che il New York Times, il 6 agosto del 1975 pubblicò il necrologio per la morte di Poirot.

Addio Miss Marple fu pubblicato nel ’76, pochi mesi dopo la sua morte e nel 1977, per sua volontà, fu pubblicata la sua autobiografia La mia vita.

La sua vita è stata un susseguirsi di viaggi, non ha vissuto in un unico posto per più di un anno. E lo spirito indomito che l’ha accompagnata per tutta la vita può essere riassunto in una frase di Thomas Browne che lei amava ripetere “La vita è pura fiamma e noi viviamo come per un invisibile sole divampante dentro di noi”. Agatha che a bordo della sua Morris Cowley grigia sfrecciava per le strade della sua amata Inghilterra, intrepida e indomita.

Il mondo cambiava ma lei continuava a scrivere ininterrottamente. Scrisse anche quando decise di intraprendere un viaggio lungo e complicato sull’Orient Express, che la portò a conoscere il suo secondo marito, Max Mallowan, giovane archeologo che anche grazie ai continui finanziamenti di Agatha per le sue spedizioni, fu nominato Cavaliere per i servizi all’archeologia. Onorificenza che permise a lei di realizzare un suo sogno d’infanzia, diventare Lady Agatha. Titolo al quale ben presto si affiancò quello di dama dell’impero britannico.

Per lei che “la bellezza è un aiuola di primule in primavera”  il matrimonio è sempre stato una cesta di frutti prima dolci e succosi, poi marci e putrescenti. Anche con il giovane Max con il quale condivideva l’amore per la storia e l’archeologia dovette fare buon viso a cattivo gioco e sopportare di buon grado un ménage a trois, lei lui e l’altra. Il suo animo romantico non fu mai appagato. 

Ma da contraltare a ogni delusione amorosa c’è sempre stata una grande gratificazione professionale. L’ultima fu quando ormai vecchia e stanca, partecipò alla prima cinematografica di Assassinio sull’Orient Express, con tanto di sontuoso party al Claridge’s Hotel. La 84enne Agatha Christie festeggiò per tutta la sera, e quando ben oltre la mezzanotte con il suo accompagnatore Lord Mountbatten attraversò la sala da ballo gremita di star hollywoodiane per andar via, tutti si alzarono in piedi per rendere omaggio alla regina del giallo. Ultimo pubblico tributo della sua vita.

Una scena degna dei suoi libri.

Proprio come ha deciso di morire. Un banale raffreddore, lei che sussurra “vado a incontrare il creatore”, chiude gli occhi e fine. 

Le persone intorno a lei, sono stati semplici spettatori sino all’ultimo, non hanno dovuto scegliere neanche l’epitaffio per la sua lapide deciso in vita dalla stessa scrittrice. Alcuni versi di una poesia di Edmund Spencer “tempo di riposo dopo tanto lavoro, rifugio di pace dopo i giorni di tempesta, riparo benedetto al termine della guerra. La morte è dolce dopo una vita così aspra”.