Visioni d'insieme

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“La mia cura era la musica che scaturiva dalle cuffie di spugna del walkman.”

La musica. Che cosa meravigliosa e vitale che è la musica.

Arriva più o meno per tutti un periodo in cui ci si trova a dover affrontare il fatto che stiamo crescendo; un vero e proprio punto di rottura in cui si rischia drammaticamente di frantumarsi in mille pezzi.

La mia personalissima lacerazione giunse molto presto nella mia vita, e ci sono state due cose che mi hanno permesso di superare più o meno indenne quel momento: gli amici, e sopra ogni cosa la voce di Chester Bennington.

Il romanzo di Andrea Pomella, “Anni Luce”, è un tributo a queste due cose: l’amicizia, e la musica.

Siamo negli anni ‘90, a Roma, la Roma grigia delle periferie che si tinge del colore del sangue ad ogni tramonto; la Roma dei cavalcavia, delle stazioni, degli alcolici bevuti in piedi agli angoli delle strade nei bicchieri di plastica, la Roma che ha quell’odore acido di birra e sigarette fumate fino al filtro.

In questo clima così evocativo che già basta a far chiudere lo stomaco a chi come me soffre a causa di quella condanna chiamata malinconia, nasce un’amicizia; ma non una qualunque, perché il rapporto che esplode tra il protagonista e lo scapestrato “Q”, viene alla luce sotto il segno di “Ten”, l’album di esordio dei Pearl Jam.

Sarà con questa colonna sonora che ci rimbomba nella testa che vedremo i nostri personaggi conoscersi, “innamorarsi” come solo in amicizia può accadere, ribellarsi, distruggersi, e partire infine per il viaggio che tutti almeno una volta abbiamo desiderato fare: l’on the road con la nostra anima affine per eccellenza, il viaggio all’avventura con il nostro migliore amico.

Pomella ci fa fare un salto negli anni ‘90, raccontando un’intera generazione, e un’epoca: quella del grunge, in maniera così vivida da far male.

Quindi, se qualcuno tra voi prova, ogni volta che ascolta una canzone legata al passato, un crampo allo stomaco e sente gli occhi che bruciano, allora questo libro è per voi.

Se qualcuno è visceralmente legato alla musica al punto da farne un’ossessione, e da legare ogni istante della propria vita a ciò che ascoltava in quel momento, allora questo è il libro che fa per voi.

Se qualcuno ha provato quel legame simbiotico, intenso, profondo, devastante, per un amico, tanto che non esisteva niente oltre a voi, tanto che avreste voluto andare sulla cima del monte più alto a svuotare i vostri polmoni urlando con tutto il fiato che avevate in gola che quell’amicizia era vostra e nessuno ve la avrebbe mai portata via, tanto che avreste dato la vita l’uno per l’altro, questo libro è per voi.

Se qualcuno ha avuto maledettamente paura di crescere, e ha tentato di esorcizzare i suoi demoni con una qualsiasi forma di isolamento, questo libro fa per voi.

Ma soprattutto, se vi piacciono i Pearl Jam, o più in generale la buona musica, allora questo libro, ve lo dico, é stato scritto apposta per voi.

A metà tra “Alta fedeltà” di Nick Hornby e “Sulla strada” di Jack Kerouac questa piccola perla nascosta, che ha la stessa consistenza del solco che lascia la corda della chitarra sulle dita, vi farà ballare, saltare, piangere e urlare come solo negli anni cruciali della vostra vita avete fatto.

Mettetevi le cuffie nelle orecchie e leggetelo, date retta a me.

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