Avanti popolo, il mare aspetta

Avanti popolo, il mare aspetta

Perdere la voce, restare in silenzio, attoniti di fronte alla bellezza del mare, distesa azzurra da solcare come ponte sulla libertà.

Quella persa sacrificata oggi all’incompetenza alla vacuità di chi un ruolo ha ma non le capacità. Fermate le proteste, il gregge al pascolo aspetta il fischio del padrone, il comando del cane per tornare in ovile, al riparo, al caldo, protetto.  Nessuna richiesta, nessuna proposta, fermo, il gregge, tra il fieno e il mangime. Produrrà agnellini, carne da macello, e latte per formaggi. Un gregge povero e sfruttato. Eppure le pecore sono amate, dal loro padrone. Ma qui son altri i greggi.

Umanità appiattite dal timore, beate nell’inconsapevolezza. Eppure sarebbe il caso di alzare la voce, emettere un suono, una parola, un valore: libertà. Libero su questo mare non temo vento e onde nuoto anche contro corrente perché non ha peso questo mio corpo in questa acqua.

Cantare ad una voce in una campagna immensa senz’altra voce che risponda, è fiato sprecato. Si raccomanda un coro, un popolo che dica ognuno faccia ciò che deve fare, il medico curi, il governatore governi, lo scienziato ricerchi, il legislatore legiferi. Senza commistioni, senza interferenze. Più facile a dirsi, oggi che tutto è deresponsabilizzazione e che il parere di un comitato è la scusa per adottare misure che appartengono alla volontà umana, quella latente, quella non manifesta, dominare.

La visione pessimistica di queste parole è dettata dalla mancata risposta a semplici domande, chi siamo, dove andiamo. Non rispondere è lo strumento migliore perché sia l’altro a trarre una conclusione. Se parlassimo tutti affrontando i dilemmi ci accorgeremmo ben presto che naufragare in questo mare non è la soluzione.