Democrazia, reale o apparente?

Attualmente si attribuisce alla parola democrazia una connotazione positiva principalmente grazie alle vicende storico-politiche susseguitesi nell'ultimo secolo e mezzo. Nell'antichità però il concetto di democrazia era ben diverso e per lo più inteso come espressione di una forma di governo negativa, in cui, come afferma Zagrebelsky, già Platone vedeva "il regime in cui il popolo ama essere adulato, piuttosto che educato", il regime dei più, dunque, nel quale una maggioranza impreparata, rozza e per nulla adeguata alla vita politica aveva "la licenza" di agire secondo la propria incontrollabile, impulsiva volontà. Sempre Platone, vissuto nella Atene del V secolo, che era vista come "piena realizzazione" della democrazia, ad opera di Pericle, metteva in evidenza la non effettiva democratizzazione delle istituzioni cittadine, ma una sola opera apparente e propagandistica in vista della attuazione di una aristocrazia con l'appoggio della moltitudine, di cui Pericle era il princeps, come si può intendere nel dialogo "Meneceo". L'ambizione utopica di Platone era, infatti, come scrive nell'VIII libro della Repubblica, quella di realizzare un governo dei migliori, idealmente perfetto, ad ogni costo (giustificando anche la selezione della specie o l'inganno dei cittadini da parte di una ristretta cerchia di arconti) che fosse fondato sulla 'purezza' della stirpe, sulla generazione di una stirpe eccellente in grado di governarsi in comunità piccole, non di un governo democratico e imperfetto, dei più.Non erano tuttavia immuni dal dibattito critico dell'antichità le altre forme di governo che, anzi, spesso sono state poste in rapporto dialettico con la democrazia per comprendere i reciproci limiti e le reciproche potenzialità finendo sempre però in un'impasse, come mostra il dialogo narrato da Erodoto nelle "Storie" fra tre dei sette congiurati contro i Magi persiani, ovvero Otane, Megabizo e Dario ciascuno dei quali sosteneva una differente forma di governo (rispettivamente democrazia, aristocrazia e monarchia) dando al contempo ragioni al prossimo per vanificare i propri argomenti e finendo in quella che viene definita "difficoltà circolare" alla quale cercarono di porre rimedio, attraverso una proposta già ipotizzata nella "Politeia" di Aristotele ovvero quella del "governo misto", di un governo che fosse equilibrata fusione dei tre possibili principi in cui ciascuno mitigasse l'altro, Polibio e Cicerone (il quale l'aveva vista attuata nelle istituzioni romane e l'aveva poi celebrata). Fu solo dopo la caduta dei regimi totalitari che la democrazia assunse il ruolo di ideale organizzazione socio-politica anche come reazione a decenni di oppressione della reale volontà del demos che era stata sostituita da semplice assuefazione o accettazione, talvolta passiva, talvolta connivente. Da qui il desiderio di democrazia e partecipazione popolare, condivisa che portò alla democrazia nella speranza che il popolo tutto potesse esercitare il proprio potere con coscienza. Tuttavia, come Zagrebelsky afferma, si è commesso l'errore di ritenere che la democrazia da sola, fosse autosufficiente per esistere e per autoalimentarsi, che fosse la "molla spirituale" di se stessa, dall'interno, in un caso pressoché unico per una forma qualsiasi di governo che ha, generalmente, una "molla" esterna (nel caso delle dittature, la paura, ad esempio) ignorando quindi l'esigenza di creare uno spirito democratico, una coscienza democratica e politica del cittadino (migliore del quale, una democrazia non può essere, come ricorda Popper) lasciando spazio all'annichilimento delle coscienze del demos e adesso, anche alla loro omologazione e quindi al loro isterilirsi. Se il fervore giacobino e quello ottocentesco socialista lasciavano spazio ai manuali popolari o alle scuole di educazione popolare, la nostra attuale democrazia, che si proponeva come governo popolare per eccellenza, non ha mai concepito strutturalmente un percorso che concedesse al cittadino di coltivare una 'coscienza' in campo politico, dai valori democratici se non con formule poco permeanti e dunque spesso vane nel loro fine come, ad esempio, l'insegnamento di 'cittadinanza e costituzione' nelle scuole, poco rilevante per come ideato, al fine della formazione degli uomini "politici". Questo percorso democratico quindi, non curato, privato della possibilità di rendere ai cittadini un potere consapevole ha comportato il graduale acuirsi del disinteresse nei confronti delle vicende politiche, per lo più tecniche, viste come scelte di una oligarchia "asserragliata nei palazzi" ma ha comportato anche l'uguaglianza degli individui, non intesa come l'isonomia (ovvero l'uguaglianza di tutti rispetto alle leggi) teorizzata da Erodoto, ma intesa come sottrazione delle coscienti peculiarità degli individui. Gli effetti di questo processo sono ben visibili oggi, anche in Italia, con partiti ed esponenti della destra, nella necessità di una parte non indifferente del demos di individuare un demagogo, rappresentante della massa stessa che semplicemente contrasti, anche senza coscienza o con fini del tutto personalistici, chi non si è mostrato interessato alle concrete istanze popolari, aprendo così la strada ad una pericolosa 'tirannide della maggioranza (resa incosciente)' guidata da soggetti che agiscono a priori con il supporto di questa, cavalcandone il malcontento e mostrando di voler ottenere una "diretta investitura", fingendo di voler riportare in auge i valori democratici con azioni concrete che di fatto riducono la democrazia; non sono casuali le innumerevoli leggi e proposte nel nostro stesso Paese, dalla riduzione del numero dei parlamentari(di cui si riduce la rappresentanza ma non i privilegi), alle leggi elettorali di interesse sino alla proposta di elezione diretta del Presidente della Repubblica. Per queste ragioni è fondamentale che una democrazia, perché funzioni, sviluppi il pensiero critico e la cultura politica dei singoli allontanandoli quanto più possibile dalle spregiudicate derive demagogiche. È in quest'ottica, come monito, che dovrebbe servire a noi l'interpretazione della antica visione ciclica. I problemi della nostre democrazie, che sembrano ormai sempre più apparenti anziché sostanziali, sono individuabili anche in altri aspetti come l'assenza del principio di isonomia che porta non soltanto alla percezione ma alla effettiva concretizzazione di una società divisa, nuovamente, in classi e al cui vertice vi siano degli oligarchi che non hanno più alcuna funzione rappresentativa ma semplicemente di governo e anche di tutela dei propri, privati interessi, basti pensare alle leggi cosiddette 'ad personam', realizzate da una cerchia di persone al governo per il soddisfacimento dei propri interessi a scapito di quelli della comunità che, di fatto, viene privata di una reale rappresentanza. Questo genera innanzitutto rancore, invidia, sentimento di rivalsa e poi autorizza il resto della maggioranza ad agire in vista degli interessi individuali, snaturando totalmente i principi democratici e generando fenomeni, come il voto di scambio, in cui non è più personale contributo alla società e impegno civile, ma semplicemente impegno alla sopravvivenza in una logica di corruzione, clientelare. Così la democrazia diviene una macchina vuota, priva di alcun significato, un solo insieme di regole e prassi, di tradizioni che vengono portate avanti quasi per inerzia, senza riflessione. Un altro problema delle attuali democrazie è la tecnocratizzazione degli Stati, che sembra essere divenuta un potere a sé, una nuova forma di governo, perché difatti, come ha scritto Bobbio,democrazia e tecnocrazia sono antitetiche: la prima si fonda sulla concezione per cui tutti possano decidere tutto, la seconda sulla necessità che a decidere siano degli esperti, ovvero una ristretta cerchia, una élite oligarchica che allontana il popolo dalla discussione politica, la rende di più difficile comprensione, sino alla rinuncia del popolo di comprendere la politica, dunque, sino al disinteresse.È certo vero che in alcuni casi possa rinascere, dal basso, un desiderio di partecipazione alla vita politica, un desiderio di riscatto, come sembrerebbe star avvenendo adesso nel Mondo, ad esempio, con le proteste in decine di città del Brasile per via delle politiche scellerate adottate dal Presidente Bolsonaro, o in Francia nel caso dei gilet gialli, per rivendicare i propri diritti e scuotere le coscienze oligarchiche che, come detto, hanno sempre agito a scapito della popolazione, o ancora, ad Hong Kong, regione della Cina (paese che si dichiara repubblica popolare) dove milioni di persone chiedono non più l'indipendenza della propria regione ma soprattutto il rispetto dei basilari diritti di espressione, di stampa, di opinione, ma anche in Italia, con il recente movimento detto "delle sardine" sembrerebbe esserci un desiderio di partecipazione alla vita politica rispetto alla 'politica dell'assuefazione', tuttavia, se tutti questi tentativi (non unici e isolati) non dovessero tradursi in un'opera in vista di una acquisizione collettiva dello spirito politico, della coscienza, della cultura e discussione politica, di tutta quanta la collettività, dunque del demos, sarebbero destinati ad essere tentativi effimeri che lascerebbero le attuali democrazie in uno stato di progressivo deterioramento.  

L'apocalisse dell'indifferenza