Della crisi strisciante

Seduta in quel caffè io non pensavo a te, del resto con un succo di frutta alla pera che alla banana non tutti lo hanno, che cosa vuoi pensare se non alle nuvole che rapide passano nel cielo. Come i giorni, come i mesi, come gli anni, perduti. Aspetto che arrivi qualcuno con cui parlare mentre il barista mi spiega che il registratore di cassa collegato con l'Agenzia delle entrate è costato mille euro. Non mi sorprende, il ristoratore due sere prima mi aveva detto che il suo era costato milleduecento euro e lo Stato ne avrebbe rimborsati solo duecento.

Lui che mi aveva invitato a pagare con la carta di debito, valuta 24 ore e commissione dello 0,6 per cento, anziché con la carta di credito, addebito mese successivo commissione molto più alta. E penso al mio commercialista che mi aggiorna sulle imprese che chiudono e le saracinesche che si abbassano per non rialzarsi più. Bollettino di guerra, lunga, contro una crisi della quale non si vede fine. E penso ai decreti ingiuntivi che piovono come in un diluvio, alle case che si perdono e a quelle che si vendono per sopperire alle crisi delle aziende editoriali. Perché accade anche questo sotto questo cielo, mentre la norma finanziaria varata dal Governo non promette nulla di buono per questa professione, quella giornalistica. E mentre le redazioni chiudono e i contratti diminuiscono, l'Istituto previdenziale non vive giorni felici. A chi vuoi che importi, mentre se ne sta con il suo bel sedere su una poltrona comoda? Non ho proposte da fare se non ricordare che sui diritti non si deve cedere mai. Mai. Un passo indietro è spianare la strada alla cancellazione di tutti i diritti acquisiti. Ma non importa, meglio fare convenzioni con cinema e teatri, per entrare gratis. Qualcuno intanto è già entrato in ferramenta e ha comprato tre metri di corda. 

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